QUANTO CI ERA MANCATO CARLOS ALCARAZ?

Sep 16Lorenzo Zantedeschi7 min
Ciao e benvenuti su Veronica - la voce scomoda del Tennis, la newsletter editoriale di Ace Cream!  Qui analizziamo il circuito senza filtri. Ogni mercoledì un’opinione forte, studiata e tagliente sui temi caldi della settimana.  Se hai un’opinione diversa dalla nostra, ancora meglio.

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Alcaraz saluta il pubblico a New York US Open 2026

Ad aprile, nel numero 2 di questa newsletter, abbiamo scritto una cosa e l’abbiamo sbagliata.

Avevamo detto che l’infortunio di Alcaraz faceva paura, ma non per Carlos: per Sinner. Un campione senza rivale è solo un solitario, la maledizione di McEnroe, Goku senza Vegeta.

Il monologo invece c’è stato. Ed è stato un dominio.

Jannik ha vinto i primi cinque Masters 1000 della stagione, primo nella storia a riuscirci, chiudendo il Career Golden Masters a Roma il 18 maggio. A Parigi è arrivato con trenta vittorie consecutive.

L’unico buco è stato proprio il Roland Garros: due set a zero e 5-2 nel terzo contro Cerundolo, poi il crollo fisico sotto i trentatré gradi del Chatrier, il “devo vomitare” detto al fisioterapista, e una delle rimonte più assurde dell’anno.

Poi Wimbledon, il secondo di fila. Sei titoli, 44 vittorie su 47 partite.

Numeri assurdi.

Sinner seduto durante un cambio campo al Roland Garros.
Sinner seduto durante un cambio campo al Roland Garros.

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Adesso però fate una cosa. Provate a ricordarvi un punto giocato tra aprile e agosto. Uno solo. Di quelli che avete riguardato tre volte e mandato a qualcuno su WhatsApp.

Ci avete messo troppo. È capitato pure a noi.

Perché in quei quattro mesi Carlos non è esistito. Madrid, Roma, Roland Garros, Queen’s, Wimbledon, Montreal, Cincinnati: tutta la stagione sulla terra, tutta l’erba, tutta la preparazione americana.

E non è nemmeno questione di tornei saltati. L’ultimo Sincaraz del 2026 è una finale di Montecarlo giocata il 12 aprile. Da lì in poi, niente.

Tre Slam di fila senza l’unica partita che oggi tiene in piedi questo sport. La rivincita della finale del Roland Garros 2025, cinque ore e ventinove, non si è giocata e non si giocherà mai.

Il numero uno lo aveva già perso a Montecarlo. Poi, senza toccare una racchetta per quattro mesi, è finito numero tre.

E intorno a lui, silenzio. Nessun bollettino medico, nessuna data di rientro, nessuna parola ufficiale sulla natura esatta del problema al polso destro. Prima un tutore rigido, poi uno più leggero. A giugno lo si vedeva palleggiare con la sinistra. A luglio si allenava con una racchetta senza corde, per non far vibrare il polso. E qualcuno, in giro, parlava già del 2027.

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Poi, il 20 agosto, l’annuncio.

Non un comunicato del team. Non la storia su Instagram con la faccia seria e il grazie ai medici.

Un post con Fabrizio Romano. “HERE WE GO”, il tormentone del calciomercato, con Carlos in video che lo dice in prima persona: sono tornato, here we go.

Il rientro in uno Slam annunciato come il colpo dell’ultimo giorno di mercato.

Carlos Alcaraz HERE WE GO
l’annuncio del 20 agosto sul profilo di @fabriziorom

Ditecelo voi se c’è qualcun altro, in questo sport, capace di una cosa così. E soprattutto capace di farla senza risultare cringe.

Perché quella mossa è perfettamente in linea con il personaggio di Carlos Alcaraz. Se personaggio si può chiamare.

E la prima partita ufficiale dopo quattro mesi non è stata un primo turno qualsiasi: è stato il doppio misto con Serena Williams, 44 anni, tre giorni prima che il torneo vero cominciasse. Ne abbiamo parlato la settimana scorsa.

Uno torna da un infortunio al polso e la prima cosa che fa è andare a giocare in coppia con Serena sull’Arthur Ashe. AURA.

Carlos Alcaraz e Serena Williams, dream team.
Carlos e Serena, dream team.

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Notte tra martedì e mercoledì. Ore 3:33.

Secondo ace consecutivo a 238 km/h e Ben Shelton chiude 6-7 6-1 6-3 1-6 7-6, dieci punti a sette nel tie-break del quinto. Quattro ore e ventotto minuti.

La partita finita più tardi nella storia degli US Open. Il record precedente stava alle due e cinquanta del mattino: 2022, quarto di finale, Alcaraz-Sinner. C’era lui anche quella volta.

Nel mezzo si è fermato a vomitare nell’asciugamano. Tra il quarto e il quinto set il polso destro, quel polso, ha ricominciato a fargli male. Prima di mercoledì aveva vinto quindici dei sedici quinti set giocati in uno Slam.

Perde.

Ed esce dal campo sorridendo.

Alcaraz esce dal campo dopo aver perso, ma col sorriso.
Le tre e mezza del mattino, quattro ore e mezza di partita. E questa è la faccia di chi ha perso.

In conferenza: “Lascio il campo con il sorriso e in salute”. E qualche secondo prima:

“Mi alleno duramente ogni giorno per provare emozioni come quella di oggi”.

Rileggete la seconda.

Non si allena per vincere. Si allena per sentire quella roba lì.

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E qui arriva la parte che riguarda noi, non lui.

Perché a Carlos piace giocare a tennis, d’accordo. Ma il punto vero è che a noi piace vederlo giocare, e non è la stessa cosa.

Il circuito oggi è pieno di ragazzi forti, preparati, chirurgici. Servono a duecento, rispondono bene, sbagliano poco, vincono. Tutti bravissimi. Tutti un po’ uguali.

Alcaraz è uno dei pochi che gioca come se sapesse che c’è gente a guardarlo. La smorzata sul 30-30, quando nessun manuale la consiglia. Il colpo dietro la schiena contro Sinner nel 2022, dentro il punto, e il punto lo vince. Il vamos urlato in faccia a 23.000 persone. La palla corta sbagliata di due metri che al punto dopo rifà identica, perché gli va.

Non è efficienza. È spettacolo.

E dopo quattro mesi di tennis efficientissimo, ci siamo accorti che lo spettacolo ci serviva.

“Sì, ma ha perso. E con tutti quei soldi in banca sorriderei anche io.”

Allora guardate cosa ha scelto, non cosa ha detto. Chi rientra dopo quattro mesi ha davanti il 250 tranquillo: due set su tre e un tabellone morbido. Carlos ha scelto cinque set, quindici giorni e l’umidità di New York.

Non è il sorriso di chi si accontenta. È il sorriso di chi sapeva di poter perdere ed è andato a giocarsela comunque.

Non ci era mancato perché vince. Ci era mancato perché a lui piace giocare e a noi piace vederlo giocare.

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E allora la domanda giusta su questo US Open non è “chi lo ha vinto?”, è “cosa ci ha lasciato?”.

Se volete la versione anime, ne esiste una perfetta e la conoscete tutti. O almeno lo speriamo, perché altrimenti dovete recuperarvi il capolavoro che stiamo per dirvi.

(E tranquilli: nessuno spoiler. Anzi, se non l’avete mai letto, prendetelo come un consiglio serio.)

Slam Dunk. Manga di basket, anni Novanta. Hanamichi Sakuragi è un teppista che comincia a giocare solo per rimorchiare una ragazza, e finisce in una squadra di liceo senza storia, lo Shohoku, che arriva fino ai campionati nazionali.

Adesso chiedete a chiunque lo abbia letto qual è la partita che si ricorda. Vi diranno tutti la stessa: Shohoku contro Sannoh, i campioni in carica. Non a caso è quella a cui, trent’anni dopo, hanno dedicato un film intero.

Nessuno ricorda chi ha vinto quel torneo. Tutti ricordano quella partita.

E in mezzo a quella partita Sakuragi dice al suo allenatore una cosa semplice: il momento di gloria, per lui, è adesso. Non da grande, non quando arriverà il titolo. Adesso.

Alcaraz ha 23 anni e sette Slam e si comporta esattamente così. E il quarto di mercoledì notte è il suo Sannoh: quattro ore e ventotto, perso, e indimenticabile.

tavola del manga Slam Dunk
Slam Dunk, indovinate chi è Sakuragi.

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Domenica Alexander Zverev ha vinto il suo primo US Open. Secondo Slam in una stagione, a 29 anni, alla sesta finale Major della carriera.

Su di lui, in un vecchio numero, avevamo scritto che la provocazione sul “giocatore più scarso ad aver vinto uno Slam”era mal posta. Ce la teniamo, e ora vale il doppio.

Solo che fra dieci anni, quando qualcuno dirà “US Open 2026”, non partirà il suo nome.

Perché la partita che ci resterà del 2026 a New York non è quella che gli ha messo la coppa in mano.

È quella in cui, dall’altra parte della rete, c’era uno spagnolo che ha perso e ha sorriso.